Tenente di Vascello Giuseppe Miraglia - M.A.V.M.

 

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Togliamo dal "Notturno" di Gabriele D’Annunzio, alcuni versi autobiografici: "Verso mezzanotte arriva il Comandante Giulio Valli. Si siede accanto a me, mi parla del morto. Confessa che domandato alle forze di Giuseppe Miraglia tutto quel che potevano dare e oltre. Nei primi giorni della guerra, solo, con un apparecchio miserabile, con una vecchia pistola Maser, volava contro il nemico, difendeva Venezia, esplorava Pola. Mi parla della fiducia che l’aviatore aveva in me e di quella che in me stesso m’ispirava. Giuseppe Miraglia due giorni prima gli aveva detto: se proponessi a Gabriele D’Annunzio di volare su Vienna, risponderebbe semplicemente: Andiamo, si siederebbe sul seggiolino e non si volterebbe più indietro."

Con questi pochi versi che valgono più di un epitaffio, il Vate ricordava l’amico appena morto, il lughese Giuseppe Miraglia, uno dei primi aviatori della Regia Marina e l’unico italiano a cui venne intitolata una ‘portaerei’.

Giuseppe Miraglia nacque a Lugo il 21 giugno 1883 (atto di nascita n.434), terzogenito di tre figli, e morì a Venezia il 21 dicembre 1915, curiosamente, come si vede, nascendo nel solstizio d’estate e morendo nel solstizio d’inverno. Le sue radici affondarono in una città che dette i natali a grandi personaggi dell’aviazione, quali il famoso Asso degli assi M.O.V.M. maggiore Francesco Baracca ed il pioniere costruttore e fondatore dei primi campi di volo in Italia, l’ingegner Rambaldo Jacchia.

Suo padre era il commendatore Nicola Miraglia, deputato liberale di origini lucane, direttore del Banco di Napoli, pluri incaricato nei ministeri dell’Agricoltura, delle Finanze, degli Affari esteri e degli Interni: Fu elevato al titolo di conte, motu proprio dal re Vittorio Emanuele III, il 19 gennaio 1926, per i grandi servigi resi alla nazione durante i suoi molteplici incarichi.

Sua madre, Elena Mazzarini discendeva da un’antica famiglia patrizia e benemerita di Lugo, nota per l’istituzione di un’Opera pia creata il 3 dicembre 1865, amministrata da don Carlo Cavina, fondatore dell’Ordine delle Figlie di San Francesco di Sales. Il nonno materno Luigi, fu ingegnere primario di Governo a Forlì, dove fu barbaramente ed impunemente assassinato, nonna materna invece fu Daria Zauli degli Zauli di Baccagnano, un’antica famiglia nobiliare del XIII secolo delle colline di Faenza.

Fratello maggiore di Giuseppe era Luigi, nato a Roma il 6 novembre 1876, che fece carriera nella Regia Marina, arrivando al grado di contrammiraglio ed aiutante di campo del re nel 1930. Luigi venne insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare in occasione di un incendio avvenuto nella santabarbara della Regia Nave Marco Polo in missione in Corea nel 1904, e di una di bronzo, oltre ad un nutrito gruppo di altre decorazioni(1).

Nell’anno 1883, come spesso era d’uso per le gestanti in procinto di partorire, pure Elena Mazzarini di trentasei anni, allora residente con il marito a Roma, era ritornata nella città natìa presso la madre per il travaglio del parto, precisamente nella villa di famiglia situata nella borgata San Potito di Lugo in via Sant’Andrea 51. Fu per questa ragione che il figlioletto terzogenito venne alla luce a Lugo, mentre il padre era lontano dalla città, e portato al fonte battesimale della chiesetta di San Potito, dove gli vennero posti i nomi di Giuseppe, Maria, Luigi, Nicola, Michele, Biagio(2).

Dopo avere frequentato le scuole a Napoli, dove il padre Nicola espletava le funzioni di direttore del locale istituto bancario, il 15 agosto Giuseppe Miraglia entrò allievo nella regia Accademia Navale di Livorno, matricola 1220, e nominato guardiamarina nel Corpo di Stato maggiore generale il 1 dicembre 1903. Fu promosso sottotenete di vascello sulla R.N. Dogali il 1 dicembre 1908, partecipando quindi alla campagna della guerra italo-turca imbarcato sulle RR. NN. Lombardia ed Emanuele Filiberto; in questo periodo probabilmente nacque in Lui la passione per il volo sulle esperienze delle prime scuole di volo istituite dagli italiani in Libia.

Passato al grado di tenente di vascello, su sua richiesta il 17 marzo 1914 venne destinato presso la Scuola idrovolanti di Venezia, diretta dal tenente di vascello Francesco Roberti di Castelvero e comandante della squadriglia San Marco, dal febbraio 1914. Qui, appena una settimana dopo, poté compiere il suo primo volo su un velivolo della scuola, però come passeggero, pilotato dal tenente del genio navale Luigi Bresciani. Fu questa una dura esperienza, perché l’idrovolante 7 sul quale era salito, dovette compiere un ardito atterraggio di fortuna tra l’isola di San Michele e Sant’Andrea di Venezia, causando al giovane Miraglia lievi ferite ed una lieve commozione cerebrale(3).

Nonostante questo primo volo incidentato, il lughese conseguì ben presto il brevetto di pilotaggio a Venezia, con disposizione ministeriale del 13 settembre 1914.

Lo scoppio delle ostilità della Grande Guerra trovò il giovane tenente di vascello Giuseppe Miraglia a guidare addirittura la Squadriglia idrovolanti di Venezia, reparto che venne da lui in pratica plasmato secondo le moderne cognizioni belliche e di efficienza aerea.

"Piccolo, robusto, infaticabile, sorridente – così veniva descritto – pareva nato solo per vedere il lato buono degli uomini e delle cose e considerare la vita con immutabile serena benevolenza. Il suo ardire appariva fantastico.(4)

Il 24 maggio 1915, primo giorno di guerra, un aeroplano austriaco gettò bombe su Venezia, ma attaccato ed investito dal fuoco di Miraglia, fu costretto ad allontanarsi. Il giorno successivo ed il 27 maggio eseguì, su comando dello Stato maggiore della R. Marina, vaste ricognizioni su Pola, poi nel mese di giugno su Trieste e quindi su tutta la costa istriana, lanciando il 4 luglio, diverse bombe sulle batterie di difesa contraerea nemiche di Punta Salvore.

L’8 luglio inseguì un idrovolante ed avvistò un sommergibile a circa 30 miglia da Pola. Il giorno seguente lanciò bombe su un cacciatorpediniere nemico sul canale di Fasana, avendo fatto segno ad intenso fuoco di artiglieria. In data 13 luglio inseguì ancora un idrovolante austriaco e bombardò postazioni avversarie su Salvore riuscendo a schivare il tiro di un caccia austriaco che cercava di intercettarlo.

Mitico rimase il blitz che il tenente di vascello Miraglia effettuò sul cielo di Trieste il 7 agosto insieme al tenente del Lancieri di Novara, Gabriele D’Annunzio, al quale da allora lo legò una profonda amicizia.

Quell’azione, compiuta insieme ad un altro velivolo italiano ed uno francese, venne riportata sulle pagine del Giornale d’Italia. "Il velivolo condotto dal Comandante Miraglia, avendo a bordo Gabriele D’Annunzio, partì alle ore 3.30 del pomeriggio, sabato 7 agosto 1915, cominciando subito a prendere quota lungo la costa e giungendo sopra Trieste; alle 4.30 era già altissimo. Subito avvistato ebbe il caloroso saluto dai cannoni, dalle mitragliatrici e dai fucili. Fu lanciata una bomba sul magazzino militare Maria Teresa. L’apparecchio colpito da un proiettile di mitragliatrice, ebbe la fusoliera fracassata. Fece lunghi giri sulla città che appariva deserta. Nel primo giro furono lanciate carte col messaggio, dettato dal Poeta".

Il messaggio che gettò D’Annunzio riportava il seguente testo: "Coraggio fratelli! Coraggio e costanza! Per liberarvi più presto, combattiamo senza respiro. Nel Trentino, nel Cadore, nella Carnia, su l’Isonzo, conquistiamo terreno ogni giorno. Non v’è sforzo del nemico che non sia rotto dal valore dei nostri. Non v’è menzogna impudente che non sia sgonfiata dalle nostre baionette. Abbiamo già fatto ventimila prigionieri. In breve tutto il Carso sarà espugnato. Io ve lo dico, io ve lo giuro, fratelli: la nostra vittoria è certa. La bandiera d’Italia sarà piantata sul grande Arsenale e sul Colle di San Giusto. Coraggio e costanza! La fine del vostro martirio è prossima. L’alba della nostra allegrezza è imminente. Dall’alto di queste ali italiane che conduce il prode Miraglia, a voi getto per pegno questo messaggio e il mio cuore. Io Gabriele D’Annunzio. Nel cielo della Patria, 7 agosto 1915".

Su Pola, Miraglia ripeté ricognizioni più volte alla settimana, e l’8 settembre comandò una esplorazione aerea sul cielo di Venezia al fine di proteggere le navi da battaglia italiane, ma incendiatosi il motore del suo velivolo dovette effettuare un atterraggio di emergenza davanti a Malamocco.

Il 25 ottobre attaccò un idrovolante austriaco che aveva gettato bombe su Venezia, mentre il 18 novembre costrinse ad allontanarsi un altro velivolo nemico che aveva la medesima missione offensiva sull’antica repubblica marinara.

In una giornata, Miraglia si alzava in volo anche due volte per cercare di riportare alla base sempre più dati, notizie ed informazioni sulle dislocazioni delle difese costiere e sulle unità della flotta austriaca, specialmente sul finire del 1915, quando si riteneva che una parte della flotta della Marina imperiale austroungarica si sarebbe spostata verso sud per ostacolare la Regia Marina italiana impegnata fortemente nel salvataggio dello sconfitto esercito serbo.

Divenne così necessario fare una ricognizione approfondita sulla costa avversaria e particolarmente sulla città di Pola, dove si era rifugiato il grosso della flotta avversaria. Al Comando supremo italiano urgeva conoscere se, approfittando delle condizioni atmosferiche, la flotta imperiale non avesse cambiata la dislocazione, ma la fitta nebbia insistente, pioggia e vento insieme al mare agitato avevano impedito tutti i tentativi degli italiani di venire a capo della faccenda.

Per questa pericolosa missione infine si alzarono in volo dalla stazione degli idrovolanti di sant’Andrea di Venezia, il 18 dicembre 1915, il tenente di vascello Miraglia insieme al sottotenente di vascello Manfredi Gravina che così lo ricordò: "… Pilotò quel giorno il più vecchio idrovolante della stazione, un Albatros che tante volte lo aveva portato su in alto a sfidare la morte. Fu quella la trentatreesima volta che dall’inizio della guerra egli intraprendeva l’ardimentosa ricognizione sulla principale roccaforte marittima nemica. In lontananza scorgemmo le torpediniere uscite per la nostra scorta e dirigemmo per passare sovra di esse. Nell’insieme, la giornata era bella, ma non priva di fatica per il pilota essendo l’aria mossa, la visibilità limitata dalla foschia, il mare alquanto agitato. Il velivolo ballava violentemente, ma, nei momenti più bruschi, io non avevo, per tranquillizzarmi che voltarmi verso l’amico e guardare attraverso il grandi occhiali nei suoi occhi buoni e sereni, quasi sempre sorridenti, dall’espressione infantile – sempre la stessa – immutata dal giorno della nostra prima conoscenza che datava da quindici anni. Illimitata era la mia fiducia nella sua abilità di pilota, nella sua prontezza di decisione – sempre uguali e presenti – sia sotto il fuoco della batterie nemiche, che in altre gravi circostanze. … Passammo così sulle nostre torpediniere, procedemmo oltre verso l’ignoto, forse senza ritorno, mentre l’apparecchio guadagnava rapidamente quota. Giungemmo a 1450 metri d’altezza e più non si vedeva la costa italiana. Ed ecco ad un tratto l’atmosfera schiarirsi, dopo qualche tempo ancora, staccarsi ben visibile, sulla sinistra in avanti, il noto caratteristico arcipelago, antistante Rovino.

Dopo otto o dieci minuti di volo, siamo sulla minore delle Brioni, alcune navi sono nel canale di Fasana, la flotta nemica è nel porto di Pola. Con rapida mossa il pilota accosta sulla dritta descrivendo una esse sulle Brioni, mentre io col binocolo posso tranquillamente osservare e prendere appunti. Giunti verso sud, all’altezza di Capo Campare, il compagno mi chiede a mezzo di gesti se ho compiuto l’osservazione, alla mia risposta negativa giriamo nuovamente verso nord completando l’otto, lungo il litorale foraneo delle Brioni. Alle 13 precise, ultimata la ricognizione, giriamo definitivamente per Ponente, ed assicuratomi di non essere inseguiti da alcun velivolo nemico, scrivo all’amico sul libretto di volo: "Finalmente è fatta, si tratta ora di tornare a riferire". Egli mi risponde con un sorriso di assicurazione, dal suo viso traspare l’intima soddisfazione di aver compiuto interamente il suo dovere e risponde, calmo, intrepido, la condotta del velivolo agitato. Alle 14.30, con magnifico vol planè, scendiamo a S.Andrea."5

Era già stato stabilito per il 23 dicembre 1915, un raid comandato da Miraglia ed animato da D’Annunzio, con quattro velivoli, che da Venezia avrebbe portato ad Ancona ed a Zara per ritornare poi nella città marchigiana e quindi alla base, allo scopo di ricordare al popolo dalmata la loro origine italiana. Questa azione avrebbe costituito una delle imprese di maggior spessore di quei tempi, già preannunciante l’ardimentoso e successivo raid su Vienna, ma il destino vanificò questo iniziale progetto.

L’aviatore lughese della Regia Marina, due giorni prima, nel solstizio d’’inverno, in una splendida e calma giornata di sole, poco dopo mezzogiorno, si alzò in volo con il fedele motorista S.c.t.e. Giorgio Fracassini Serafini, ai comandi dell’idrovolante Albatros austriaco "L173".

Questo velivolo era stato catturato dagli italiani durante l’ammaraggio forzato dell’aviatore austriaco che lo pilotava, e portato, dato che si trattava di un più moderno modello del medesimo in dotazione all’aviazione della Marina italiana, alla stazione idrovolanti di Venezia per essere provato da mani esperte di pilota e per essere poi usato per eventuali missioni in territorio nemico.

Quel 21 dicembre 1915, dopo le prove di motore e la verifica del buon funzionamento di tutti gli strumenti a terra, Miraglia partì compiendo sulla laguna, un paio di giri, quindi risalì ad una quota di circa 600 metri in 20 minuti. Successivamente si comprese dal rumore del motore che il pilota era in procinto di effettuare il volo a vela per discendere pian piano con il motore parzialmente escluso come era la tipica manovra di Miraglia, arrivando così approssimativamente a 300 metri di altezza davanti a Santa Maria del Lido.

Da quel momento le manovre del pilota apparvero confuse: sembrò per un momento che egli con la prora a settentrione, volesse entrare nel canale di sant’Andrea, poi però cambiò direzione e si diresse verso san Nicolò del Lido, con un’inclinazione che andava progressivamente aumentando per arrivare infine a circa 40 metri dal livello del mare, in posizione completamente verticale, e precipitare fragorosamente nello specchio d’acqua del passo del Lido.

Miraglia e Fracassini in quei brevissimi secondi prima dell’impatto furono consci del loro destino, visto che cercarono di liberarsi della tuta di pelliccia, della cuffia e degli occhiali, nell’imminenza della nuotata fuori programma.

Per primo venne recuperato il corpo del pilota da una lancia della Difesa e subito gli venne, inutilmente, praticata la respirazione artificiale, infatti, spirò a seguito delle gravi lesioni riportate nell’urto; i resti del povero motorista invece vennero rinvenuti due ore dopo.(6)

Il cadavere dell’aviatore di Marina Miraglia venne in seguito portato all’ospedale della Marina, nelle fondamenta di Sant’Anna.

L’annuncio della morte del lughese fu un colpo per il poeta Gabriele D’Annunzio che ebbe ben sessanta pagine sublimi dedicate a Miraglia nel suo poema "Notturno". Egli si precipitò di corsa all’ospedale della Marina, dove trovò "sopra un lettuccio a ruote disteso il cadavere" dell’amico. D’Annunzio gli rimase accanto per molte ore in ginocchio "Nella sala mortuaria, tra l’afa dei fiori e della cera".

Per attendere l’arrivo del fratello Luigi Miraglia da Valona, dove era stato distaccato, passarono tre giorni dalla morte ai funerali dell’aviatore lughese. La vigilia di Natale fredda e plumbea, giorno dei funerali, la folla si accalcava al cancello dell’ospedale, mentre nella cappellata si svolgeva la messa funebre, poi all’uscita si fece sosta nel cortile del nosocomio, e ad un ordine del comandate Valli si formò un quadrato composto dal fratello Luigi, da ammiragli, generali ed ufficiali intorno al feretro.

Nel silenzio più totale D’Annunzio pronunciò un lungo discorso che ci concluse così: "O fratello, fratello generoso ed infelice, mi sia almeno concessa la gloria di raggiungerti con le tue stesse ali e di portarti questo nostro amore che non sapevi così dolce, questo nostro dolore che noi non sapevamo così alto. Non addio, compagno, non addio. Con te siamo, con noi tu rimani. Con noi vincerai, e per te compiremo il tuo voto e il voto di tutti i nostri morti".

Una lancia parata di nero con i ricami in argento portò successivamente la salma del tenente di vascello Giuseppe Miraglia, seguita innumerevoli imbarcazioni per la laguna, al cimitero dell’isola di san Michele, la cosiddetta Isola dei morti.

Trenta giorni dopo la sua morte, nel camposanto venne eretto un cippo in pietra d’Istria a lui dedicato, opera dell’artista triestino Achille Tamburini, dove venne scolpita l’epigrafe dettata da Gabriele D’Annunzio: "Qui si scioglie il corpo mortale del tenente di vascello Giuseppe Miraglia – che ebbe d’Icaro l’animo e la sorte – le sue ali immortali solcano tuttavia il cielo della Patria sopra il mare liberato".

Il re Vittorio Emanuele III di motu proprio, conferì alla memoria del lughese, la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione: "Per l’ardimento spiegato in numerose, difficili esplorazioni aeree sulla costa nemica e segnatamente su Pola e Trieste, riuscendo, quantunque scoperto e fatto segno alle offese nemiche, a riportare sempre utili informazioni. (Alto Adriatico, maggio – dicembre 1915). A Miraglia vennero riconosciute la Campagna di guerra Italo-turca e la Campagna di guerra 1915, quindi insignito della medaglia commemorativa per l’opera di soccorso prestata nei luoghi devastati dal terremoto del 28 dicembre 1908, della medaglia commemorativa della guerra Italo-turca 1911-1912, della Croce d’Oro di anzianità di servizio, della medaglia commemorativa della guerra 1915-1918, della medaglia interalleata della Vittoria.

Con decreto ministeriale, il suo nome venne assegnato dal Ministro della Difesa al suo reparto: "Alla Stazione idrovolanti di Venezia assegno il nome di Stazione idrovolanti Giuseppe Miraglia per onorare la memoria del tenete di vascello Giuseppe Miraglia che per primo ne ebbe il comando e diede allo sviluppo di essa, tutto il suo lavoro e la sua fede, perdendo la vita mentre si preparava a nuovi cimenti."

Dopo l’ottobre 1916, a causa dell’impellente necessità dovuta all’incremento di azioni belliche navali ed aeree lungo le coste venete, venne costruita una installazione di artiglieria pesante composta da quattro cannoni da 120/40 mm., dedicata alla memoria di Miraglia, presso la località di Carole, al fine di coprire a difesa da possibili attacchi nemici, un ampio settore di fronte al mare.

Nella sua città natale, venne intitolato a suo nome il locale gruppo dell’Associazione nazionale marinai d’Italia, che cercò di venire a capo della vox populi lughese che dalla morte di Miraglia, sempre lo collocava nei decorati di medaglia d’oro, corredata pure da un paio di pubblicazioni locali e da cartoline celebrative con tale riferimento. Fu solo negli anni trenta che si risolse la questione a favore della medaglia d’argento, ed in tal veste, i marinai di Lugo, lo celebrarono grandiosamente nel 2000.

Sempre a ricordo del bravo aviatore, a Venezia nell’autunno del 1925, venne disputata una grande gara aviatoria, la Coppa "Giuseppe Miraglia", e la città di Lugo fece dono al vincitore di un bellissimo orologio che portava la dicitura dannunziana: "Lugo matrice ferrigna".

A Napoli, sua città adottiva e dove frequentò le prime scuole, venne intitolato a suo nome il locale Aero club.

Comunque il più importante ed indimenticabile negli annali della Regia Marina per oltre vent’anni, fu l’aver intitolato a suo nome la prima nave italiana che aveva le prerogative di una vera e propria portaerei: la R. N. portaerei Giuseppe Miraglia che prese ufficialmente il mare il 23 giugno 1929 e la sua Bandiera di combattimento venne intessuta dalla mani della contessa Elena Miraglia Mazzarini, madre dell’aviatore.(7) E’ bene precisare che questa nave non aveva un ponte di volo, ma possedeva, a differenza di altre unità precedenti, tutte le caratteristiche, e per la prima volta, che si chiedeva ad una portaerei, cioè la possibilità di lanciare aerei e soprattutto la possibilità di recuperarli. Si potrebbe dire che fu la risposta italiana alle portaerei a ponte che stavano nascendo nella altre marine e che tanto furono utili durante la seconda guerra mondiale, e che, di contro, aprirono scontri agli alti vertici della Regia Marina italiana fra le due fazioni dei favorevoli e contrari a dotare l’Armata di una portaerei a ponte.

La Giuseppe Miraglia venne iscritta nel naviglio militare destinata a a nave appoggio per aerei. Lo scafo venne ordinato il 13 dicembre 1920, invece per l’impostazione vera e propria si attese il 5 marzo 1921. Il 19 giugno 1927 furono eseguite prove di macchina sul mare, quando raggiunse la velocità massima di 21,6 nodi con carico medio di 5126 tonnellate, mentre la consegna effettiva alla Regia Marina avvenne in data 1 novembre 1927 e le venne imposto il motto "Numquam dicit sufficit" (Mai dice basta). Il 18 giugno 1928 venne completamente allestita ed armata.(8)

Lo scafo della nave, in acciaio Martin-Siemens, aveva la lunghezza massima fuori ossatura e corazza di 121,22 metri, mentre la lunghezza fra le perpendicolari toccava i 115 metri, per una larghezza massima fuori tutto nel totale di 14,994 metri. L’immersione dello scafo in media raggiungeva esattamente i 5 metri e 7 centimetri.

La Regia Nave portaerei Giuseppe Miraglia prima della sua serie, apparteneva ovviamente della serie ed alla classe che recava la sua stessa denominazione, poteva contare su un equipaggio composto inizialmente da sedici ufficiali e centottanta membri d’equipaggio con varie qualifiche.

Il segnale distintivo dell’unità assegnatole dalla Regia Mariana era: I A M U,

La portaerei era dotata di due hangar uno a poppa che poteva contenere sei idrovolanti M-18 ad ali ripiegabili ed un prodiero che invece poteva ricevere cinque velivoli dello stesso tipo. La dotazione di benzina per i velivoli era di 40 tonnellate.

Per il lancio dei velivoli dalla nave erano state installate due catapulte del tipo Gagnotto. La sua dotazione interessava la messa in mare ed il recupero degli idrovolanti; a tal fine esisteva, in corrispondenza della mezzeria di ogni apertura laterale, una ferroguida sistemata sotto il cielo dell’hangar che si prolungava per nove metri fuori bordo sostenuta da una gru a bandiera. Il telone Hein serviva per il recupero degli idrovolanti quando la nave era in navigazione.

L’armamento dell’unità consisteva in 4 cannoni da 102/40 mm. antiaerei, dislocati nel numero di 2 sul castello e 2 sul cassero, ai quali si aggiunsero negli anni a seguire anche 12 mitragliere Breda ’31 antiaerei. I cannoni da 102 mm. 40 di lunghezza erano dello stesso calibro standard in dotazione ai cacciatorpedinieri italiani di origine inglese.(9)

Il primo ruolo importante fu durante una esercitazione nell’aprile 1930 con lancio e recupero in velocità di idrovolanti, azione coronata da gran successo e soddisfazione dall’alto comando della R. Marina. Agli iniziali M-18 AR vennero preferiti i Cant. 25 AR.

Tuttavia la Miraglia, proprio per via delle liti tra le due fazioni, pro e contro la portaerei, divenne solo "una base aerea galleggiante" e servì da trasporto velivoli per l’Africa orientale durante la conquista dell’Abissinia, pure se fu ai comandi di una delle più valorose future medaglie d’oro al valor militare della Marina, il capitano di vascello Ugo Fiorelli.

Nel 1937 entrarono il linea gli Imam Ro.43 che misero in pensione il telone Hein per il recupero.

Curiosamente la piccola portaerei italiana, fu una dei pochi mezzi navali che si salvarono dalla Pearl Harbour italiana di Tarato, la notte fra l’11-12 novembre 1940, e gli aviatori inglesi non la degnarono neppure di una mitragliata, fortunatamente per la Marina italiana, ma sfortunatamente per la Royal Navy, infatti la piccola e grassoccia nave servì da utilissima base di lancio per il progetto che il 9 maggio 1942, portò all’adozione su vari mezzi navali italiani di aerei imbarcati e soltanto lanciati. Il primo RE.2000 MM.8281, ai comandi della Medaglia d’Argento al Valor Militare tenente pilota Giulio Reiner (già del 4° Stormo) partì proprio dalla catapulta Magaldi della Miraglia per il primo esperimento e lancio, tanto che i brillanti risultati produssero un gruppo di dieci RE.2000 "Falco I" , catapultabili e con la livrea azzurrina con tanto di paperotto sulla coda, trasformati in Grande Autonomia(10).

A seguito dell’armistizio la portaerei Miraglia da Venezia si consegnò alla Royal Navy e messa alla fonda a Saint Paul Bay a Malta, impiegata come base appoggio per i sommergibilisti italiani, cioè da caserma. Dopo la guerra venne utilizzata per il rimpatrio dei prigionieri italiani ed ormeggiata poi a Taranto per essere utilizzata ancora come nave- caserma per gli equipaggi di motosiluranti(11), e successivamente come sola nave-officina.

La nave andò in disarmo, e fu radiata il 15 luglio 1950, chiudendo il capitolo dell’aviazione navale italiana(12) e di quella che fu l’antenata della moderna portaerei Giuseppe Garibaldi.

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1 Enio Iezzi "R.N. Portaerei Giuseppe Miraglia" Walberti, Lugo 2000, pp.7-9.

2 "Corriere Lughese" Lugo 20 settembre 1931, p.5.

3 Bruno Brivonesi "Mare e Cielo" Giusti, Livorno 1938, p.94.

4 Angelo Lodi "Il periodo pionieristico dell’Aeronautica Militare italiana"Ateneo & Bizzarri, Roma 1977, p.256.

5 Archivio Ufficio Storico della Marina Militare, cartella 13/7 "Biografia Giuseppe Miraglia"

6 Ibidem.

7 "R.N. Portaerei Miraglia" Borrelli, Napoli 1929.

8 "Storia Militare" n.13, ottobre 1994, Albertelli edizioni speciali, Parma, pp.26.39.

9 Erminio Bagnasco "Le armi della navi italiane nella seconda guerra mondiale" Albertelli, Parma 1978, pp.37, 53-5, 73, 189, 195.

10 "Aeronautica" n.11/98, Associazione Arma Aeronautica, Roma, p.17.

11 Erminio Bagnasco "La portaerei nella Marina italiana" suppl. Rivista Marittima, dicembre 1989, S.M.M., Roma, p.46.

12 "Notiziario della Marina" n.10/90, S.M.M., Roma p.13.